Diagnostica per immagini esteriori

 ‘Dottore, si può prevenire il bullismo?’E cosa ne pensa del ‘disturbo da dolore prolungato? Se la mia ragazza passa troppe ore al computer, si ammalerà? Il disturbo da apprendimento è pericoloso?
 Queste domande sono sempre più frequenti nel corso degli incontri pubblici, conferenze, seminari. E’ infatti ormai usuale venire interpellati attraverso il filtro di una diagnosi preconfezionata nel merito della quale si chiedono lumi. Siamo in poco tempo passati dalla posizione della domanda generica e spoglia da un sapere precostituito (‘ mi sta succedendo questo, di cosa soffro?), al più attuale ‘ soffro di questa patologia, mi può dare qualche consiglio per uscirne?. Quale il rischio annidato in questa tendenza? Che la mania di appiccicare etichette al comportamento umano si tramuti in una sorta di involontaria creazione di zone di malattia senza che gli interessati lo sappiano. Etichette low cost, appunto. Sono molteplici i media dai quali poter reperire queste classificazioni diagnostiche, pari almeno ai rimedi proposti per la loro cura.  Anche la psicoanalisi sta cadendo in questa trappola: adagiarsi su plastiche categorie diagnostiche onnicomprensive e ritenere possibile curare le patologie in queste incluse, lavora in senso contrario all’idea orientata analiticamente di disfarsene, accantonarle, per scoprire quale sia l’intima motivazione soggettiva che porta l’individuo a bardarsi di queste. Accettare tutte queste nuove etichette vuol dire accettare un’ esteriorità cristallizzata ed elevarla a sostanza. L’etichetta che in tal modo identifica la persona e la appiattisce su di essa, il menu che diviene cena. Un parametro, questo, capace di aprire una lunga e feconda strada di produzione diagnostica. Saranno ben presto individuate nuove patologie, rinnovabili con i tempi che il mercato pretende. Molti adolescenti trascorrono interi pomeriggi sulle consolle dei videogiochi, dunque prepariamoci allo studio e alla cura del fenomeno della ‘PS addiction disorder’, di molto inferiore alla dipendenza da I pod ( lo scrivo in maniera ironica, ma non sono pronto a scommettere che tali categorie in realtà non siano davvero già state definite…).
  La tesi sostenuta dall’autore è che la iperproliferazione diagnostica null’altro sia che un tentativo di incasellare e normalizzare modalità di espressione che non sono assimilabili. E che, quindi, passano dalla porta della ‘malattia’ incontrando, loro malgrado, la ‘cura’. L’autore ben descrive come l’occidente abbia esportato ‘manu militari’ un fenomeno come l’anoressia a Hong Kong, inducendo molti adolescenti del luogo ad aderire plasticamente a questa categoria diagnostica prettamente occidentale.Lo psicoanalista deve sapersi muovere nella modernità, senza dare troppa legittimazione alle ‘nuove’ patologie , proprio perchè indirizzato a ’stanare’ l’individuo nella sua singolare sofferenza, uno per uno. ‘Disturbo disforico premestruale (PMDD) , “problema relazionale tra i partner’, ‘disturbo da deficit di attenzione’, ‘Internet addiction disorder’ ( tradotto da come disturbo da dipendenza da internet’) : quanto queste nuove etichette elencate da Sheila M. Rothman, docente presso la Columbia University, sono una comoda barriera tra il soggetto e il legame sociale? Quanto dobbimao avvicinarci per poi prenderne le distanze e non colludere, in nome della riabilitazione del soggetto li dentro paludato?
Watters sostiene che la creazione di nuove malattie porta gli esperti a creare dibattito ed interesse attorno a queste, detrminando in poco tempo una crescita esponenziale delle persone che, intravedendone alcuni indicatori, si riterranno effettivamente ‘ammalate’. E andranno a chiedere a questi una cura.

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Clinico Contemporaneo

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