Non so cosa mi stia succedendo

«Non so cosa mi stia succedendo. Sino ad oggi la mia è stata una vita tranquilla poi, di colpo… Ho paura di tutto, persino di prendere l’auto. Sono come paralizzata e sto chiusa in casa e tremo all’idea di uscire per strada o di andare a fare la spesa». Intervista di Valentina Ugolinihttp://www.valentinaugolini.com/2010/12/non-so-cosa-mi-stia-succedendo-come.html
Parole di rottura. Parole pronunciate, vive, palpitanti d’angoscia. Uomini e Donne “schiavi” di un disagio abnegante, che aliena dall’indipendenza quotidiana, diritto di tutti, ma angoscia di molti. Sopraggiunge in modalità subdola, inattesa e sorprendente, l’Attacco di Panico; aria e lucidità lasciano il posto a tachicardia , confusione e sensazione di morte. Le statistiche ci dicono che fenomeni quali disturbi d’ansia, attacchi di panico, depressioni, disturbi del comportamento alimentare assumono oggi una diffusione di tipo epidemiologico. Tuttavia emanciparsi da questa situazione è del tutto possibile: ce lo spiega il Dott.  Maurizio Montanari, presidente dell’associazione Libera Parola, autore del libro “Il posto del panico, il tempo dell'angoscia. Frattura e ricomposizione del legame sociale” e, tra le altre cose, consulente terapeutico della Lidap e membro del comitato scientifico (Lega italiana contro i disturbi d’ansia, d’attacco di panico e agorafobia) per Modena.
 
Valentina Ugolini:Salve Dott. Montanari. Inizio ovviamente facendole i miei più sinceri complimenti per la sua attività nonché impegno socio-sanitario. E’ un mio grande piacere fare la sua “conoscenza virtuale”. Proprio in virtù di quest’ultima e per rompere il ghiaccio, vorrei chiederle da dove nasce il suo interesse alla partecipazione ad una lotta sempre più collettiva a questi disagi, definiti come mali di vivere, sofferenze della società che abbiamo costruito. Mi riferisco ai Disturbi Alimentari, ma non solo: Ansia, Disturbi da Attacco di Panico, Agorafobia. Tutti disagi, che come vedremo più avanti, non sono neanche più categorizzati come puri, ma sempre più miscelati tra loro, come espressione dell’epoca che stiamo vivendo.  
Dott. Maurizio Montanari:Questi fenomeni fanno parte di un grande gruppo di ‘patologie’, vale a dire di modalità claudicanti di percorrere la propria esistenza. Ai margini del legame sociale ‘sano’, vale dire funzionale, vivono e purtroppo stentano uomini e donne che incappano in queste malattie. C’è chi non può scegliere, come ad esempio i portatori di handicap fisici, e passano la vita cercando di indossare gli abiti dei ‘normali’. Chi invece , per gracilità intrinseca, per volontà di ripiegamento, incontra un sintomo che si mette tra lui e la vita ‘regolare’. La psicoanalisi insegna che ogni individuo è una storia irriducibile e particolare. Un percorso che si interrompe, un filo che si spezza in un dato momento della vita. Gli strumenti che la psicoanalisi ci consegna, usati con responsabilità, si mettono al servizio del singolo per andare alla ricerca di quel momento, quell’evento, quella particolare contingenza nella quale la sua strada è andata verso la malattia.  
VU:Aprendo e consultando il sito della sua Associazione Libera Parola, che ricordo ai miei lettori essere inserita anche nella lista delle associazioni dedicate ai DCA presenti sul sito ministeriale www.disturbialimentarionline.it, sono rimasta di gran lunga colpita dall’immagine scelta per identificarvi. Credo che incarni oculatamente lo scopo che desiderate perseguire, cioè quello di un ascolto attivo e ruotante a 360 gradi intorno alla libera volontà e necessità della persona che avete di fronte: “Le varie forme del disagio e della sofferenza psichica non sono, per il soggetto che le vive come per chi è chiamato ad ascoltarle, un semplice indice patologico di una qualche disfunzione da correggere o liquidare nel più breve tempo possibile, ma, se accolte nel loro potenziale d’interrogazione, una preziosa guida al senso della propria soggettività, alla ri-tessitura di una storia psichica, al riscatto della parola strozzata”. Mi dica pure come è nata LiberaParola e quali fini perseguite nelle vostre attività.
Dott. MM : Un centro di psicoanalisi applicata quale il nostro (che ricordo fa parte della rete nazionale dei centri di psicoanalisi applicata ) pone delle professionalità all’ascolto del soggetto. L’ascolto analitico è un ascolto particolare, non medicale, non caritatevole. La stanza dell’analista è il luogo dove la storia di chi bussa alla porta viene ricostruita, rivisitata. Ogni soggetto che entra, sono solito dire, porta le diapositive essenziali della sua vita, e costruisce la sua personalissima storia. Noi siamo i custodi di queste storie. La psicoanalisi applicata parte dal sintomo, ma non si esaurisce su questo. Mentre allestivamo il sito, che ancora non è completo, ero alla ricerca di un simbolo che riassumesse senza ridurre. Il nostro logo è come la radice dell’albero di Sartre: irriducibile. Un qualcosa che non si può dire, descrivere. Non è preceduta da nulla, e nulla la segue: esiste. Esiste nel senso sartiano dell’opera. E’. Dirne, è banalizzarla. Come il sogno. Ha presente la copertina di ‘London Calling’ dei Clash? Vi è raffigurato Simonon nell’atto di distruggere la chitarra, con un gesto dall’alto verso il basso. Ecco, vederne il filmato, qualche fotogramma prima o dopo lo schianto, non sarebbe all’altezza di quel fermo immagine. Quella foto esiste, è un quid incommentabile. Resta. Dice e non può essere detta. Il logo della nostra associazione rappresenta un ascolto fermo, inamovibile, non condizionabile. Non caritatevole. 
VU :“Fenomeni quali il panico, le anoressie, l’ansia sociale, sembrano invece un prodotto della contemporaneità. Il senso di precarietà che affligge molti individui, l’incapacità a capire cosa le istituzioni sociali vogliano da loro, la difficoltà a definire un posto nella società del lavoro, nella trama del legame sociale, danno l’idea di quanto l ’angoscia permei la contemporaneità.” Queste varie difficoltà elencate nel sito di Libera Parola , sembrano richiamarne una più generale, che può assemblarle insieme: l’impervio percorso di strutturazione e definizione dell’identità personale. E’ d’accordo? E secondo Lei, incorre un certo rapporto di parentela tra Disturbi Alimentari e Disturbi da Attacco di Panico? Se sì, da cosa è dato questo legame e come è possibile scinderlo?
Dott. MM:Paradossalmente, sarebbe necessario riprendere la capacità di ascolto delle società precedenti al tempo del capitalismo attuale. Solo un secolo fa, esistevano luoghi di parola e d’ ascolto capaci di dare un posto all’angoscia. La struttura familiare, la città, il paese, erano dotati di luoghi deputati all’ascolto, e dunque lavoravano contro l’esclusione sociale. La sofferenza psichica, pur determinando uno stigma, non conduceva direttamente all’internamento o all’ospedalizzazione. Il cosiddetto ‘matto di paese’ trovava il suo posto particolare nel legame. Io penso ai luoghi nei quali vivo: la nascita delle cooperative, la presenza territoriale del ‘medico di famiglia, o dei parroci, rivestivano una valenza simbolica importantissima. Solo oggi  viviamo nell’epoca dell’ iperfarmacologizzazione. Oggi ogni piccolo cedimento, ogni debacle, insomma qualsiasi cosa abbia a che fare con la normale ‘deprimibilità’ dell’essere umano non passa per l’ascolto, ma per lo schiacciamento chimico. Molti genitori oggi sono indotti a credere che le loro figlie adolescenti soffrano di  'disturbo disforico premestruale (PMDD) ,  caratterizzato da irritabilità, tensione, tristezza, letargia e mal di testa . O siano incappati, perchè senza adeguata opera di monitoraggio nelle uscite di coppia, nel  "problema relazionale tra i partner’, caratterizzato da  declino cognitivo correlato all´età, lutto, problemi accademici, problemi occupazionale, e problema della fase di vita. O patiscano del disturbo da amarezza post traumatica (reazione ad un evento negativo, come un conflitto sul posto di lavoro, la disoccupazione improvvisa, la perdita di status sociale). Oppure, perchè  no,  scopriranno  che le attività sportive dei pargoli prive di adeguato controllo si sono tramutate in una  ' ginnastica di routine sintomatica di malattia’,  indice di un ‘disordine di attività,'. Queste neo patologie, elencate da   Sheila M. Rothman,  docente presso la Columbia University, non sono tuttavia nulla rispetto  alla  dilagante epidemia del nuovo disturbo più temuto dale famiglie: ‘il disturbo da deficit da attenzione‘(ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder)  che prende di sorpresa tutti quei genitori che avevano commesso la leggerezza di ascrivere l’irrequietezza dei loro bambini alle normali  fasi di sviluppo. Per questa nuova pandemia naturalmente è già pronto il farmaco  apposito, il Ritalin. Una campagna, quest’ultima, fortunatamente contrastata da diversi movimenti spontanei intenti a de-patologizzare la normale vivicità dei bambini ( a tal proposito si veda il sito http://www.perchenonaccada.org/. Ecco, tutto questo è il frutto della scomparsa della capacità di ascolto e integrazione, il che porta dritto ogni soggetto nel gran calderone dei ‘nuovi malati’. Nel mio libro accenno alle culture ‘primitive’: nelle parole di soggetti migranti, riusciamo a scoprire strutture sociali, ormai lontane anni luce dalla nostre, che fanno dell’inclusione sociale uno strumento di tenuta. Le società ‘tradizionali’ hanno elaborato nel corso dei secoli delle particolari modalità di inclusione del deviante, attraverso l’uso di sofisticati strumenti rituali-religiosi i quali, in ossequio all’idea che la caduta del singolo sia l’inizio della caduta della comunità, lavorano per l’inclusione sociale.
VU:Leggendo la sinossi del suo libro “Il posto del panico, il tempo dell’angoscia”, si deduce che ciò che ad un certo punto si spezza è il legame sociale, cioè quel legame che permette il funzionamento fisiologico dell’uomo in quanto zoos politikos, cioè animale sociale a detta di Aristotele. Ed è a questo livello che subentrano tutte quelle strategie di compensazione atte a colmare le lacune provocate dallo smarrimento della propria funzione biopsicosociale, dall’angoscia e dal dolore che ne conseguono. Ed è anche a questo livello che si instaurano i disagi del “mal di vivere”. Quale invece, ragionando per antitesi, la strategia opposta? Mi spiego meglio: come si potrebbe arginare l’eccesso di ciò che anche Lei nel suo libro ama specificatamente contraddistinguere come “angoscia”?
Dott. MM:L’angoscia è un affetto che oggi permea il legame sociale. Il problema è la medicalizzazione che ne viene fatta. Lo scorso anno, al Convegno Europeo di Psicoanalisi applicata, ho appunto esposto il tema ‘ non c’è posto per l’angoscia’.    In questi anni di lavoro sul territorio cittadino ho potuto constatare che l’angoscia è l’affetto che più di ogni altro permea il legame sociale, alimentato dal senso di precarietà che affligge l’individuo contemporaneo e dal momento di crisi economica attuale. Parlo di quell’ affetto normale che diviene a volte fonte preziosa di ispirazione e, solo al termine di questo continuum, può evolvere in ‘quell’angoscia eccessivamente intensa (..) tale da paralizzare ogni azione’[1]. Questo è il momento in cui la persona sofferente si rivolge al medico, al farmacista, all’ospedale, portando una richiesta spiazzante: ‘Aiutatemi, sono angosciato’. Il corpus medico risponde cristallizzando il momento d’angoscia insostenibile che il soggetto patisce etichettandola come ‘attacco di panico’, chiudendo fuori dalla porta la storia pregressa dell’individuo, pretendendo di curare il qui ed ora con una strategia anti-panico fatta di farmaci e terapia cognitivo-comportamentale, creando una barriera farmacologia contro la quale va ad infrangersi qualsiasi barlume di interrogazione provenga dall’inconscio. Più che di una diffusione epidemiologica del dap[2] possiamo quindi parlare della distribuzione sistematica di un significante che scoraggia la rettifica soggettiva, e lavora per la segregazione introducendo ad una logica che favorisce il disabbonamento dall’inconscio. Il soggetto dis-inserito dal legame sociale incontra non già un apparato che sappia mettere al lavoro l’interrogazione che sta alla base del movimento d’angoscia, quanto un surplus di rimedi pronto uso che chiude in un hangar un affetto sganciato dalla contingenza temporale. Il soggetto entra in tal modo in una condizione di ‘malattia’ socialmente codificata e tollerata. Sorgono così delle associazioni che promettono un riscatto dalla marginalità indotta dal dap favorendo un reinserimento artificiale che non va nella direzione della reiscrizione nella trama del legame sociale attraverso il sintomo, quanto verso un appartenenza forzata al gruppo. Il nostro compito è  favorire lo sgretolamento di questa etichetta dando spazio alle storie soggettive, riprendendo le fila dei significanti rappresi prima e dopo il momento di crisi, sottolineando che si tratta di un movimento costante con un origine. Si tratta di marcare una presenza nella stanza delle chiacchiere cercando, con il lavoro e il transfert, di creare delle vie di uscita singolari dal gruppo per il luogo particolare di ciascuno  
Dott. Montanari, La ringrazio molte per la collaborazione e la saluto rinnovandole i miei sinceri complimenti uniti ad un grande in bocca al lupo!Spero vivamente di avere ulteriori contatti costruttivi.
Valentina Ugolini
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