Perdere il lavoro, perdere la vita

Pubblichiamo di seguito l'incipit dell'intervento del Dr. Maurizio Montanari apparso oggi sul blog InveceConcita.

Quante volte nel mio studio risuonano intenti simili alle parole lasciate dal ragazzo di Udine che si è tolto la vita.  I casi di suicidio legati alla crisi economica costituiscono un’emergenza crescente, testimoniata dalla recente ricerca dell’Osservatorio sulla salute nelle Regioni italiane.
Perché perdere il lavoro, oggi, si tramuta sempre più in un’inappellabile sentenza di fine corsa? Quale è il canovaccio nascosto dietro alle parole di tanti pazienti i quali aprono le loro sedute con frasi quali il lavoro per me è tutto?

L‘attuale ‘società liquida’ attribuisce al lavoro una valenza diversa rispetto al passato: non più un mero strumento di sostentamento economico o riscatto sociale in un mondo ben strutturato e capace di sostenere l’uomo in tutti i passaggi della vita, quanto uno dei pochi punti di tenuta in un legame sociale che è andato allentandosi nel corso di poche generazioni.   In un siffatto contesto il lavoro sovente sopperisce a legami familiari che si sono indeboliti, fornisce un’identificazione in un tempo divenuto fucina di precarietà, contiene aspirazioni altrove negate per mancanza di meritocrazia.

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