La diceria del pagliaccio

Come ogni leggenda metropolitana che si rispetti, la diceria del pagliaccio picchiatore si fonda sull’unione di più elementi che le permettono di perdurare, divenendo un possibile catalizzatore emulativo per soggetti predisposti. Un dato di cronaca oggettivo, un substrato latente di insicurezza percepita, un meccanismo psicologico chiamato proiezione. Vediamoli in questo ordine.
A Milano un gruppo di ragazzi, chiamato duo ‘The Show’, ha dato il via al fenomeno delle ‘white mask gang’. (Si veda il contributo della collega Claudia Sposini a seguire). Gruppi di persone in maschera bianca sceglievano alcuni individui e si ponevano loro innanzi con fare silenzioso e minaccioso. Gli autori di questo ‘esperimento’ lo hanno giustificato adducendo pretese di indagine sociologica. La realtà è che questo fenomeno ha determinato profondi stati di angoscia nei malcapitati, giacchè l’angoscia secondo la psicoanalisi è propria di chi occupa una posizione di fronte a qualcuno o qualcosa che minaccioso avanza, senza specificare cosa voglia da lui, lasciando presagire le peggiori intenzioni. Il fenomeno del presunto pagliaccio persecutore fa la sua comparsa a Modena poco dopo, e la sua diceria si diffonde a macchia d’olio nel territorio. Una diceria, appunto. Mai suffragata da riscontri ritenuti veritieri dalle forze dell’ordine.
E’ la psicoanalisi ad insegnare che il nemico interno è il più difficile da accettare, perché questo significa sancire la presenza nell’uomo e nella città, di pulsioni inconfessabili: violenza, aggressività, desiderio di sopraffazione. Il meccanismo chiamato ‘proiezione’ è l’operazione con la quale il soggetto espelle da sé e localizza nell’altro, persona o cosa, delle qualità, dei sentimenti, dei desideri e perfino degli oggetti che egli non riconosce o rifiuta in sé. La scissione è l’operazione con la quale una parte della personalità, inconsapevole al soggetto stesso, si “ distacca“ e compie azioni che il soggetto non riconosce più come proprie. Ecco dunque che i consessi sociali ‘insicuri’ producono sovente queste ‘dicerie dell’untore’, che a null’altro servono se non a rendere fisica ed individuabile una summa di pulsioni che albergano in tutti noi. Figure minacciose esterne e dai caratteri non definiti.
Nella nostra città esiste un forte stato di insicurezza percepita, acuito drammaticamente dallo stato di crisi economica che ha investito le nostre terre, il che rende più facile attuare questa modalità di deresponsabilizzazione dislocando le paure in un ‘cattivo esterno’ . Si ricordi che a Modena, a fronte di due efferati omicidi, quello perpetrato da Don Giorgio Panini che uccise l’amico che lo ospitava, e quello di Hamad Kahn Butt che massacrò la moglie a colpi di pietra, la popolazione reagì in maniera opposta, cercando nel primo caso un appiglio clinico ( infermità mentale, stato dissociativo) per poter classificare e quindi rendere sopportabile la inammissibile brutalità di un suo concittadino, e fu invece compatta nel definire colpevole e punibile il cittadino pakistano, cioè ‘ straniero. Fu evidente il tentativo di de localizzare al di fuori di noi il male, il ’kakon’, rendendolo un elemento visibile e pertanto punibile. Si tratta di una modalità alquanto arcaica di dare una forma fisica alle paure della città, basti pensare che nella società primitive, le carestie, la moria di bestiame, vengono sovente attribuite alla cattiva influenza degli spiriti djnn, i quali con appositi rituali vengono ricacciati nei boschi dai quali provengono per infestare e corrodere il legame sociale.
Esiste un pericolo di emulazione da parte di una categoria clinica ben precisa: il perverso. Secondo lo psicoanalista J. Lacan il perverso è un soggetto che ‘sa far vibrare l’angoscia nell’altro’, che gode nel solo atto di vedere il terrore che può innescare negli occhi della vittima. Il perverso si sente gratificato dalla sua capacità di tenere il malcapitato nella morsa delle sue gesta, tenendolo in scacco. Ecco che se questa diceria continuerà con questo tono di allarme, c’è il rischio che soggetti cosi’ strutturati potranno cavalcare questa onda, e impossessarsi della maschera del pagliaccio, per dare sfogo alle loro sadiche pulsioni , altrimenti represse. Concludo ricordando la storia del Golem. Il Rabbino Loew nell’antica Praga fabbricò un Golem di Argilla, per difenderla ed aiutare i cittadini a sbrigare tutti i lavori possibili. Egli divenne una figura accettata, che viveva ai margini della mura, chiamato ogni volta fosse necessario il suo intervento. Al sabato il rabbino cancellava dal Golem il nome che lo animava, e così il Golem diventava nuovamente d'argilla. Una volta dimenticò di farlo, e il Golem divenne una furia fuori controllo, che scuoteva le case, incuteva terrore, spaventava la popolazione che doveva difendere. Proprio come il pagliaccio modenese. Solo l’intervento del rabbino dissolse la creatura in polvere. Il Golem venne sepolto nella soffitta della vecchia sinagoga, dove si trova ancora oggi.

Dr. Maurizio Montanari

WHITE MASK GANG: LA RAZIONALIZZAZIONE DIETRO L’ESPERIMENTO SOCIALE

Si chiama “White Mask Gang”: non è un fenomeno assolutamente inedito, ma quello che una molteplicità di segnali inducono a configurare, é una sua evoluzione verso forme nuove e pericolose per i singoli e per la collettività. Un gruppo di giovani ragazzi incappucciati con una maschera bianca sul volto e con una mazza da baseball in mano insegue di notte le persone per spaventarle. La vittima, che di solito è un uomo giovane e /o un ragazzo, percepisce una minaccia concreta alla propria incolumità senza potersi difendere e riconoscere i propri aggressori.
A detta degli ideatori, si tratta di un “esperimento sociale”, o meglio di una candid camera copiata dagli Stati Uniti che simula un’aggressione. In altri casi vengono addirittura simulati omicidi per la strada.
Si sono verificate delle becere imitazioni ispirati a queste finte aggressioni: per esempio, una donna, alcune settimane fa, è stata derubata da un ragazzo con una maschera bianca sul volto e con una mazza da baseball in mano. Il ragazzo non faceva parte della “White Mask Gang” ma ha utilizzato le stesse modalità di aggressione del gruppo ed è andato oltre, arrivando al furto.
Le reazioni tra le vittime sono preoccupanti: paura, angoscia, ma anche rischio fisico come inciampare, cadere, accusare sintomi cardiaci ecc... E va preso in seria considerazione lo stato psicologico di cui sono portatori le giovani vittime delle aggressioni: una mancata elaborazione del trauma può infatti avere ripercussioni negative nello svolgimento dei compiti di sviluppo dell’adolescenza e portare i suoi strascichi anche nella vita adulta.
Oltre al coinvolgimento delle forze dell’ordine, è necessario l’aiuto psicologico in quanto la violenza messa in atto da questi gruppi è soprattutto emotiva. Si tratta, infatti, di una violenza subdola perché non ha effetti eclatanti, fisici, e quindi evidenti sul corpo, ma rappresenta una delle forme più distruttive di esercizio del potere sull’altro. E se le vittime sono adolescenti, questo aspetto si amplifica maggiormente: l’esperienza sarà quella del terrore, della paura di uscire di casa fino ad arrivare, in certi casi, all’isolamento vero e proprio.
Il sollievo di scusarsi con la frase “ma era solo una candid camera” può produrre un senso di alleviamento, ma il fatto psicologico rimane, la ferita non va via così facilmente: quei minuti di terrore e angoscia sono reali, non sono immaginari. L’esperienza è vissuta in prima persona e le conseguenze non sempre possono essere bonificate. Anche se il fenomeno si inserisce in uno spartiacque tra realtà e finzione, gli agiti psicologici dominano la scena: il senso di incredulità della vittima può essere facilmente sostituito da vere e proprie ribellioni che possono finire in risse e in colluttazioni. “Il pericolo nel pericolo”: potremmo definire in questo modo l’alta percentuale di rischio fisico e psicologico che può essere provocata dalle azioni messe in atto dalla “White Mask Gang”; rischio per sé stessa e per gli altri.
L’aspetto sadico rimane e tra le caratteristiche del fenomeno possiamo rintracciarne sicuramente due: il bisogno di controllo e di dominio per cui gli  ideatori dello “scherzo” sembrano provare un godimento nel sottomettere l’altro e l’essere temporaneamente percepiti come pericolosi. Questi elementi garantiscono loro leadership, essere al centro dell’attenzione, godere del proprio momento di notorietà condividendo i video sui Social Network e guadagnando del denaro. Ci sono, insomma più benefici che costi, per gli ideatori del fenomeno “White Mask Gang”. La trasgressione diventa facile, funziona in pochi minuti e il risultato è certo.
Dietro alla razionalizzazione dell’ “esperimento sociale” sta la vera maschera: ecco l’aspetto meschino e cioè innalzare a verità un lato che nasconde, invece, altri bisogni, i quali non hanno nulla di sociale, di relazionale e di costruttivo. L’intento è un altro, certamente divide anziché unire: non ha alcun senso amichevole o solidaristico, ma solo violenza gratuita per la realizzazione di un godimento perverso e antisociale. Anziché fermarsi a riflettere sui probabili effetti del proprio comportamento, il gruppo inneggia all’atto: non si è più soli, ma seguiti e quindi sostenuti da altri. Il senso di colpa rimane, appunto, un fantasma, come le maschere indossate: non vi è il riconoscimento dell’altro, e nemmeno empatia verso l’altro. Qui agisce la violenza, estraniata dal contesto e immersa in quei minuti di terrore-godimento.
E’vero: agiscono come dei fantasmi travestiti, solo che sono fatti di carne ed ossa. Non a caso, gli episodi avvengono di notte o di sera  tardi. La notte, soprattutto per i più giovani, rappresenta un momento di forte trasgressione: vi è una differente percezione spazio-temporale, il divertimento non ha limiti e
tutto appare più facile e liberatorio. Il buio e la maschera impediscono di vedere ciò che siamo realmente, operando una regressione e un ritorno al mondo infantile e all’immaginario, dove pulsioni e aggressività sono indifferenziate e non mentalizzate. Soltanto che non è un sogno, ma si concretizza nel reale. 
Claudia Sposini, Psicologa esperta in Criminologia e in Psicologia dei Nuovi Media http://www.claudiasposini.com

 

Eventi

  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
  • 6
  • 7
  • 8

Clinico Contemporaneo

  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
  • 6
  • 7
  • 8