Libertà di Parola. Intervista con Federico Sollazzo

Federico Sollazzo è un filosofo, collaboratore esterno del Centro di Psicoanalisi Applicata LiberaParola. Lavora come researcher and Lecturer presso University of Szeged
Lo scopo della nostra associazione, tra i tanti, è quello di dare spazio di libertà alla parola, libera dal sintomo, dalle costrizioni. Non sempre questo accade. In alcuni stati , tra i quali l'Ungheria, paese nel quale Federico insegna,   le maglie si vanno stringendo.Siamo in presenza di derive autoritarie che non possono lasciarci indifferenti.
E' morto il tempo della beata indifferenza, della psicoanalisi come punto centrale di un sistema di pensiero che crede di poter fare  a meno della libertà di espressione. Di bastare a se stessa, facendo a meno delle storture del mondo nel quale si muove e si propaga. Prima che psicoanalisti, filosofi, autori, clinici, siamo uomini. Che possono scegliere, se voltarsi altrove, magari a rimirarsi in uno specchio, stolidamante beati delle proprie opere , senza degnarsi di osservare quello che accade nel tempo attuale.
O fermarsi, e dire. Dire quel che accade. Denunciare.
In altre parole allarmare.
Per questo ho rivolto alcune domande a Federico, autore del libro  Totalitarismo, democrazia, etica pubblica. Scritti di filosofia morale, filosofia politica, etica”, Aracne Editrice, 2011
1 Federico, puoi dire due cose su di te?
In estrema sintesi (come altri miei colleghi), formazione in Italia, messa a frutto della stessa all’estero: nel 2007 Dottorato in “Filosofia e Teoria delle Scienze Umane” a Roma Tre, dal 2010 Ricercatore e Docente all’Università di Szeged (Ungheria). Per qualche informazione in più mi permetto di rinviare al mio sito “CriticaMente” www.costruttiva-mente.blogspot.com
2 L'articolo che hai scritto, a cosa secondo te prelude?
L’articolo sulla corrente situazione in Ungheria non l’ho scritto con un particolare scopo pratico (benché, come si può facilmente intuire, mi auguro che alle prossime elezioni politiche ungheresi lo scenario cambi radicalmente), né informativo (dato che c’è già molta importante stampa italiana e internazionale che racconta con precisione quel che sta facendo il governo Orbán), ma come una sorta di riflessione ad alta voce su quello che purtroppo vedo; e non mi riferisco solo a dei provvedimenti politici agghiaccianti, ma soprattutto ai para-ragionamenti con i quali li si vorrebbero giustificare e allo scenario sociale che in questo modo si sta formando.
Dopo averlo scritto, la cosa che mi ha fatto più piacere è stato il riscontro positivo da parte di amici e colleghi ungheresi. Evidentemente la mia riflessione ad alta voce ha colto alcuni aspetti ritenuti significativi da loro stessi.
3 Come trovi il legame sociale dell'Ungheria? Fragile o suscettibile a queste derive autoritarie?
Da quel che ho visto in questi anni qui, gli ungheresi hanno la tendenza ad essere pudichi nei confronti di un qualsiasi tipo di autorità (lo vedo anche all’Università nel rapporto con gli studenti, ai quali il mio approccio “italiano” risulta inconsueto ma poi li induce ad aprirsi e dialogare di più) e remissivi nei confronti del potere (retaggio, probabilmente, del loro recente passato): privatamente possono criticarlo, ma pubblicamente vi si adeguano.
Questo comportamento sta cambiando con le giovani generazioni. Ad esempio il movimento nazionale universitario di protesta contro l’attuale Governo, che riunisce docenti e studenti e che si chiama Szabadegyetem (Università libera), ha recentemente dato vita a delle grandi manifestazioni nelle principali città ungheresi; una cosa del genere, che in Italia è piuttosto abituale, qui non lo era e costituisce uno sdoganamento della possibilità di criticare il potere in pubblico (ovviamente poi bisognerà fare attenzione sia a non abusare di questa possibilità, sia ai nuovi meccanismi di controllo sociale che assorbono, disinnescandola, la protesta; ma questo è un altro discorso e inoltre, stante l’obsolescenza della mentalità di Orbán, il secondo di questi rischi qui ancora non lo si corre).  
4 Cosa ti senti di dire qua, in Italia, dove pochissimi sanno che l'Ungheria è più vicina di quanto le carte geografiche mostrino?
Innanzitutto confermo il fatto i due Paesi sono più vicini di quel che possa sembrare. E questo non solo per una certa vicinanza geografica ma anche per una diffusa presenza di italiani in Ungheria. E devo purtroppo dire che sono proprio questi, ad eccezione dei lavoratori intellettuali ad esempio dei docenti universitari, che meno capiscono la corrente situazione ungherese. Dicono che in Ungheria si vive bene, che il costo della vita è basso, e certamente qualcuno si sentirà anche un tombeur de femme, in terra ungherese. Tutto questo è vero. Ma quello che non capiscono è che si vive bene, e con un costo della vita basso, non grazie ad Orbán e al suo partito Fidesz, ma nonostante loro, perché si usufruisce ancora dei benefici di un’impostazione socio-economica derivante dal passato, ma che l’attuale Governo sta erodendo, sia con una politica interna neofascista, sia con una politica estera di auto-marginalizzazione.   
5 Fare cultura, nel senso più umile della parola, è ancora un antidoto alle derive autoritarie?
La questione è più complessa di quel che possa sembrare, perché rimanda alla modificazione dei modelli di controllo sociale. Nel senso che in passato il potere difendeva se stesso tramite il silenziamento diretto dei discorsi che lo avrebbero potuto mettere in crisi. Questa è un’obsoleta forma di censura, sostituita oggi dal suo opposto (ma non contrario) che consiste nella proliferazione indiscriminata di discorsi che danno luogo ad un chiacchiericcio da bar che va ad offuscare i discorsi significativi, quelli che potrebbero realisticamente mettere in crisi lo status quo. Questo è il nuovo volto della censura, paradossalmente etichettato come massimo di libertà. Questo fenomeno è alimentato da un’idea di democrazia sostanzialmente equiparata ad anarchia, dall’implementazione che a tutto ciò dà il web e (per venire alla domanda) dalla cultura di massa. Quest’ultima infatti non è altro che la diffusione di frammenti (para)culturali sottoforma di elementi che possano essere consumati senza rigorose premesse, e quindi altrettanto facilmente dimenticati (insomma, si vorrebbe portare la cultura dalle persone, anziché le persone alla cultura). Anche i discorsi culturali quindi, autentici e non, vanno ad alimentare il mare magnum della chiacchiera, del rumore. Tuttavia non credo che la soluzione sia il silenzio, ma una revisione del metodo, e non del principio, del progetto illuministico del sapere aude, selezionando la terminologia e gli scenari opportuni nei quali collocare i discorsi culturali, perché la forma è sostanza; chi non li riconosce, non li riconoscerà in ogni caso, ma almeno si darebbe la chance di farlo a chi li riconosce.
Tornando al tema dell’articolo, in Ungheria siamo ancora di fronte ad un tentativo di controllo sociale del vecchio tipo – di fronte al quale la divulgazione di idee può avere ancora un impatto critico – che è inevitabilmente destinato a fallire (lasciando quali conseguenze?) per la sua obsolescenza rispetto allo spirito dei tempi. Quando questo avverrà, poi, si dovrà fare attenzione a quelle problematiche che accennavo sopra, che nelle democrazie occidentali sono già esplose sotto ai nostri, nonostante stentiamo a rendercene conto, e che sottotraccia sono già presenti anche nel resto del mondo, indirizzandolo verso una certa direzione, propagandata non come una possibile direzione ma come l’unica direzione possibile, basti vedere l’esempio delle recenti primavere arabe.

Maurizio M.

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