Sport e sinthomo: la solitudine del maratoneta

 Correre è uno dei modi socialmente accettati di restare solo.
Chi corre non viene accusato di volersi isolare, al podista viene concessa ongi tipo di stravaganza.
Percorrere chilometri e chilometri in solitudine non è l'equivalente dell'atto del disperato che si schiaccia dietro ad una colonna nei giorni di festa, o finge di avere frutta nel sacchetto con la bottiglia semivuota.
Un podista che dedica tre ore al giorno a percorrere chilometri su chilometri non è meno alienato del folle o dell'ubriacone: semplicemente arricchisce il suo ritiro sociale con un più di vigore e salute che lo tiene lontana dagli stereotipi dell'uomo solo e distante dal legame sociale.
E così, piace.
Nessuno dunque lo perseguiterà con smanie medicali, intenti caritatevoli, furor sanandi del senso comune che vuole il tabagista inchiodato alla sedia dell'osteria con il suo toscano un povero malato inconsapevole, e il maratoneta un esempio di fulgore ginnico nonchè un esempio da imitare.
Se mai vi capiterà di correre, intendo le corse lunghe, maratona o 10.000, non troverete che individui rabbiosamente solitari, i cui occhi non toccano il mondo circostante perchè lo sguardo si arresta ora sulle punte della scarpa, ora sul cronometro.
Cosi' come al punto di ristoro, dove di solito si offrono bevande, biscotti e banane, troverete il comportamento degli squali quando si getta loro al carne, definito frenesia alimentare.
Puoi star sicuro di una cosa: se al 34 esimo kilometro le forze dovessero abbandonarti, o una buca dovesse far crollare un equilibrio sino a quel momento mantenuto a prezzo di sforzi micidiali, difficilmente troverai un maratoneta che si fermi e ti aiuti ad alzarti.
Uno sguardo sufficiente, da selezione naturale, e via.
Ci penserà qualcuno a soccorerti. Lo scopo della corsa non è il traguardo, ma il mantenimento di un'idea allucinata di autosufficienza portata all'estremo.
Ora era tutto più chiaro.
Capì solo quelal notte perchè aveva corso per tanto tempo, così come realizzò ' per la prima volta completamente il suo desiderio di togliere il cappoto e mettersi a correre, quella notte stessa.
Ma quella era davvero la notte più buia che avesse mai vissuto, e non aveva la forza di Celinè. Lo sforzo poteva risultargli fatale.
Ci provò l'indomanimattina: sveglia difficile scarpette calzate in modo meccanico nessun itinerario che non fosse la strada.
Non funzionò, solo pochi minuti la notte precednete, con le sue visioni, i suoi fantasmi, le scene violente irruppero nella sua mente e gli inchiodarono le gambe,
abbassarono il collo e tagliarono il fiato.
Non era tempo, ma aveva capito cosa fare di quell'arte, un domani.
J. Lacan nell'ultima parte del suo insegnamento, aveva definito questo il sinthomo.
Un particolare stratagemma che l'essere umano trova per porre un rimedio ad un esistenza più rabberciata di altri, o forse più consapevole.
Un “elemento riparatore(..),una guarigione, un elemento terapeutico” . Qualcosa che “non è da interpretare, ma è da ridurre, e non è da guarire, ma si presenta perché se ne faccia uso”
 
Esattamente come la droga per il tossicodipendente, o l'azione del vomitare per l'anoressica.
Un elemento cerniera che tiene, o dovrebbe, quando tutto si allenta quando la dissoluzione pare talmente vicina da sfioare il delirio, o la depresonalizzazione.
Sono nodi di plastica messi al posto di quel padre che non ha fatto il suo dovere, un fil di ferro stretto attorno ai tre piedi dello sgabello acchè non crolli e si spezzi.
Correre per non crollare.
Correre per non impazzire.
 
Dr. Maurizio Montanari 

Eventi

  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
  • 6
  • 7
  • 8

Clinico Contemporaneo

  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
  • 6
  • 7
  • 8