Non domandarci la diagnosi che mondi possa aprirti


E' trascorso molto tempo dall'esito della competente perizia che ha ritenuto Don Giorgio Panini, accusato dell'omicidio di un concittadino, non affetto da turbe mentali al momento dell'omicidio vignolese. Una cosa però resta di quel periodo, sulla quale è bene interrogarsi, che va al di là del singolo caso: la  ricerca insistente di una qualsivoglia  patologia mentale che potesse giustificare l’assassinio, ascrivendolo ad un momento di sospensione della capacità di intendere e di volere. Sui media sono stati da più parti invocati termini quali ‘semi-infermità mentale’, ‘stato dissociativo’, nominati quasi come entità rassicuranti. Si è auspicato che la perizia terminasse con la constatazione di un passaggio all’atto di origine psicotica, vale  a dire un'azione violenta, indirizzata ad un presunto persecutore, identificato in base a flebili indizi i quali, in uno stato delirante, fanno segno inequivocabile di persecuzione.  Giovedì 2 febbraio 1933, nella città di Le Mans, la polizia municipale forza la porta del signor Lancelin. Al primo piano giacciono la moglie  e la figlia, assassinate. Al secondo piano le due domestiche modello, Christine e Lea Papin, le quali ammettono di aver commesso il delitto, senza difficoltà. Il tutto nasce da un banale incidente: un guasto al ferro da stiro. Subitaneità, assenza apparente di un motivo, ferocia, rigore, simmetria dei protagonisti. Ecco gli elementi che indicano i segnali di follia in quella circostanza. L’esito della perizia ha invece escluso tutto questo dal caso vignolese. Cosa voleva dunque l’opinione pubblica? La richiesta insistente della ‘garanzia di follia’, è mossa dalle angosce dell'uomo contemporaneo, cresciuto nel mito dell'eterna giovinezza garantita dall'avvento della chimica, e della  morte e della vecchiaia come  eventi procrastinabili. Si è chiesto vanamente alla psicologia e alla psichiatria di convalidare il tranquillizzante senso comune: quello che vuole il male ( malattie, violenze, omicidi )  delocalizzato nell’altro (il diverso che in quel momento si trova ad occupare la transitoria posizione del 'barbaro' inteso alla greca). E se la violenza omicida  proviene da un nostro simile, deve per forza essere viziato da una ‘patologia’. Uccidere senza un ‘vizio’ di mente non può appartenere al senso comune senza spaventare. Si deve individuare una torsione dell'animo, una turba della psiche. Insomma, qualcosa che ci permetta di non scorgere nell’omicida quella normalità che fa parte di noi.  Ma l’esito del collegio peritale ha dato un colpo mortale a questi tentativi, e così  la comunità si trova a che fare con una inaccettabile ed inelaborabile realtà: ci si uccide tra simili, in modo abbastanza naturale e  non prevedibile. L’inquadramento ‘normale-anormale’ è una strada piuttosto lunga, sulla quale ci avventuriamo nel tentativo di porre dei paletti che ci possano rassicurare. Mancando i quali, succede quello che J. Little ha mirabilmente descritto ne ‘Le Benevole’: non c’è altra ragione plausibile che non sia la volontà di ammazzare.  Dunque, nulla tiene. Siamo tutti esposti, tutti vulnerabili. Tutti possiamo uscire di casa e non ritornare perché la natura beluina del nostro simile ci ha teso un agguato nottetempo.
Dr. Maurizio Montanari
 

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