La struttura che teme l'oblio

Pagine e pagine sono state scritte sull’ambivalente rapporto ossessivo - morte.
La nevrosi ossessiva nei suoi tratti più eclatanti gioca spesso con la morte. Molti sono i pazienti che bramano luoghi piatti, decontestualizzati, minerali. Da qua si sviluppano le strade che portano l’individuo ossessivo a toccare il tema della fine.
Si passa da luoghi asettici preferiti per il ritiro e la meditazione, alle cime della montagna incontaminata sino alla pace dei cimiteri.
Molti luoghi morti vanno in realtà intesi come zone immuni dal capriccio: il capriccio che come spiega  J.A. Miller è una delle cose che più l’ossessivo teme . L’ossessivo è un buon soldato, dice Miller, ma non tollera il capriccio. La regola non codificata che contiene un plus di personalizzazione, l’ordine troppo discrezionale. Il cambiamento a sorpresa delle disposizioni . Il capriccio ondivago del padre col quale molti ossessivi hanno battagliato nell’infanzia è  simile al capriccio paterno del padre di Kakfa mirabilmente descritto nella ‘Lettera al padre’ : ‘ Dalla tua poltrona dominavi il mondo. Solo il tuo punto di vista era giusto.
Tu eri per me misura delle cose.
Ai miei occhi  assumevi l’aspetto enigmatico  dei tiranni, la cui
Legge si fonda sulla loro persona, non sul pensiero’, oppure ancora ‘Per me bambino, tutto quello che mi ingiungevi  era un comandamento dal cielo, il metro determinante per giudicare il mondo’ (…) ‘Non era permesso rosicchiare le ossa, ma tu lo facevi. Non era permesso assaggiar l’aceto, ma tu lo facevi’ (..)’ A tavola si doveva solo mangiare, ma tu ti pulivi e ti tagliavi le unghie, facevi la punta alle matite(..) tu, l’uomo  che ai  miei occhi  rappresentava  la massima autorità non ti attenevi alle ingiunzioni  che mi avevi imposto’
 Si tratta di quella oscillazione in luogo di stabilità che può far cadere tutto il mondo regolato e regolare che l’ossessivo pretende di creare e controllare. Va da se che i luoghi di morte più di altri si prestano ad essere abitati dall’ossessivo. Che non ha dunque una predilezione per la morte, quanto per tutto quello che le sta attorno. I suoi comportamenti sono indirizzati a lambire la soglia della morte, per restarne sinceramenete spaventato. Nasce da qua la corazza che gli ossessivi paiono avere verso tragedie e lutti. Questo spiega molto della loro determinazione, della loro capacità ad andare vanti regolarmente senza modificare il proprio rituale mentre attorno c’è la morte.
L’ossessivo è per definizione il necroforo del proprio desiderio; capace con un particolare di affossare un cammino durato anni. La sua capacità di eclissarsi innanzi al desiderio, di farsi fuori, può raggiungere vette ineguagliabili. E’ proprio dell’ossessivo pluriregolare perdere il tram per l’appuntamento sudato con la donna corteggiata anni, oppure smarrire l’indirizzo dell’ufficio nel quale si sarebbe dovuto tenere un colloquio di lavoro agognato per mesi. E’ il ciclista che guida la tappa, e a un kilometro dal traguardo si ferma a controllare la catena lasciando che il gruppo lo sorpassi. L’ossessivo si stupisce di quanto riesca a sabotare suoi progetti. L’ossessivo guarda passare il mondo immerso in una regolarità necrotizzante. Lo stesso approccio ha con gli oggetti: circondati da un aura maniacale tesa  più che a conservarli , ad imbalsamarli, a renderli morti e inattaccabili.
L’ossessivo dunque costruisce questa enorme camera sterile nella quale rischia di restare imprigionato, e divenire a sua volta una ricordo. Una cosa morta. Ricordo un paziente rimasto diverse ore in sala d’attesa, per un malinteso sul giorno dell’appuntamento. Lo vedo e mi stupisco, e  lui mi dice ‘non osavo bussare, temendo di aver sbagliato orario’. Una cosa morta e residuale in sala d’attesa, pronta a riprendersi non appena la voce dell’altro gli rimarcava la singolarità della sua posizione.
La morte e la solitudine, dunque l’oblio, sono in realtà temuti dall’ossessivo, come definitiva conaellazione dai ricordi delle persone care. Da li il suo voler scrivere ‘il libro’, o dipingere ‘il quadro’, come opere uniche e fuori tempo. Il suo stare ai margini indica una inibizione a gettarsi nel legame sociale, nell’interazione, nella relazione di coppia.
‘Baciami, stupido!’ Venne probabilmente detto ad un ossessivo da una donna stanca di aspettare che si sbloccasse. La solitudine asfissiante nella quale  a volte cade, è il naturale epilogo delle trappole che egli stesso ha costruito con maestria. Tagliarsi fuori, rarefare i legami sociali, lo portano sovente ad abitare cattedrali vuote e fredde, dalle quali poi egli chiede di uscire.
Sovente la domanda dell’ossessivo nasce da un suo essere rimasto ai margini, aver perso il filo, rendersi conto che si è interrotta a causa dei suoi monotoni rituali,  una relazione d’amore di troppo.
Dunque insorge la sofferenza che denota la presa di coscienza.
 
La vulgata comune, anche dandone un accezione esclusivamente negativa, vede il paranoico come un soggetto isolato, lontano dal legame sociale, intento a  controllare ogni fonte di pericolo che ne possa minacciare il quieto vivere. Non è un caso che ‘sei un paranoico’ è sempre stato usato alla stregua di un insulto squalificante. J.A. Miller, all’incontro di PIPOL di Barcellona di due anni fa, ha illustrato come oggi una paranoia ‘temperata’ sia da considerarsi in realtà uno stato più vicino alla normalità di quanto sia lecito pensare. Secondo Lacan il narcisismo è ‘una struttura ontologica del mondo umano che si inserisce sulle nostre riflessioni sulla paranoia’.  Sappiamo infatti che ‘l’Io di ogni persona è caratterizzato dall’identificazione con un immagine ideale di sé, e quindi l’io stesso, l’Io come tale si costituisce all’origine tramite un identificazione di questo tipo.’ Davide Tarizzo ha ben illustrato come oggi, in tempi di Padre che va scomparendo come insegna Lacan, sia ostacolato il passaggio dall’Io ideale all’Ideale dell’Io, e nel paranoico non avviene questo passaggio fondamentale. Cioè la costruzione del proprio cammino non basa su solidi elementi paterni.
Il che rimanda ad un enigma della propria identità, ad una instabilità che dunque non può sostenersi.
Ecco allora che, come scrivono Calleri Maci, ‘l’illimitato nel paranoico possa dipendere anche da quel suo bisogno di preservare la propria identità; e più sarà un identità fragile, vulnerabile nella sua base affettiva e più lui proporrà progetti grandiosi (…) falsi movimenti in avanti’.  Dunque il paranoico mostra ‘una posizione difensiva nei confronti del tempo, rigidamente conservatrice, (..) espressione della tendenza a opporsi all’oblio naturale’.
Si pensi ai castelli di Ludwig II di Baviera, alle residenze imperiali del Re Sole in Francia. Si tratta di ‘un fuori misura che si sostiene in un identità futura, immaginata ed idealmente mai a termine, mai compiuta’. Dalle Luche scrive: "se il paranoico non può vivere in questo mondo, è anche vero che le sue realizzazioni suscitano un interesse imperituro. Nel mondo del paranoico non c’è posto per il grigiore  della normalità, per l’abituale, per il comune, per l’accettazione del destino umano di finitudine".
Si pensi oggi a quanti potenti, uomini di cultura, politici o altro siano assimilabili a questa condizione. Quanto sia possibile reperire individui che pensano a se stessi in maniera faraonica ed allucinatoria, intenti a costruire momenti a se stessi, imprigionati nella condizione di dover alimentare la proprio idea di immortalità sfiorando sia il portentoso, sia il grottesco. Uomini di questo tipo sono soliti liberarsi di ogni ostacolo sia minimamente percepito come ingombro per la loro strada lucente verso l’immortalità.

Maurizio Montanari

Calleri-Maci ‘Paranoia. Passione e ragione’. Anicia 2008
J.A. Miller . ‘Logiche della vita amorosa’. Astrolabio 1997
R. Dalle Luche . ‘Un paradigma di paranoia. : Ludwig II di Baviera e i suoi castelli’ . Comprendere . Vol 11. 2001
D. Tarizzo : ‘Introduzione a Lacan’. Laterza, 2003

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