Angoscia e punizione nel Regno del Capriccio

Un vero  capriccio non si discute

J. A. Miller

Dalla tua poltrona dominavi il mondo. Solo il tuo punto di vista era giusto.
Tu eri per me misura delle cose.
Ai miei occhi  assumevi l’aspetto enigmatico  dei tiranni, la cui
Legge si fonda  sulla loro persona, non sul pensiero’

Franz Kafka, Lettera al padre

 

In fondo al viale che attraversa l’antico cimitero ebraico di Praga, c’è un cartello che reca scritto ‘dr Franz Kafka ‘ e indica il percorso che conduce  sino alla spoglia  e monolitica  pietra che incombe sui resti mortali di Franz.
Il monolito, già. Io sapevo che il monolito da qualche parte doveva ritornare in queste righe, prima o poi.
Il mio viaggio, dicevo,  a Praga è culminato qua. La mia ricerca, nel tempo e nelle pagine, dei percorsi del giovane scrittore , si arresta  materialmente su quella tomba.
Solo dopo quell’incontro mi sono dato il permesso di mettere nero su bianco i mille pensieri che  la sua vita e le sue  opere  mi hanno suscitato.
Partirò dunque da qua.
Dalla fine del viaggio.
L’epilogo de ‘Il Verdetto’ è tale da rendere  questo racconto un eccezione    nell’opera letteraria kafkiana, che ha nell’angoscia il proprio asse portante.  In  tutta  la sua produzione    un elemento    compare con regolare costanza, tanto da costituire il tratto distintivo del suo narrare:    l’incombere di  un destino segnato, una condizione di ostaggio non riscattabile  che si traduce,  nei romanzi più celebri,  in una condanna enigmatica che il protagonista deve subire obtorto collo. L’Altro  è sempre lontano, intangibile, enigmatico. Senza mai manifestarsi direttamente, manda a dire    ai protagonisti, tramite emissari,  che si vuole qualcosa da loro,    senza  mai specificare cosa.
L’angoscia nasce  dal non  sapere  mai cosa l’Altro voglia, dal non  capire mai quale maschera si indossi ai suoi occhi. Kafka  racconta storie nelle quali i protagonisti  non trovano mai un posto definito, condannati come sono ad oscillare  in balia degli umori dell’Altro. Mentre il protagonista di ‘America’ accetta un difficile compromesso, il signor K. de ‘ Il Processo’    soggiace alla condanna inflitta dall’Altro senza che questa venga mai motivata.
Egli sa sin dall’inizio sa che deve essere processato ; gli viene infatti  contestato un reato che  però  non viene mai chiarificato.
E’ colpevole  di un qualche crimine, ma non è dato sapere quale.
Il racconto procede  in maniera angosciante ,mai  il protagonista  saprà  quale capo di imputazione  penda sopra  di lui.
  L’enigma opaco del desiderio dell’Altro resiste sino alla fine, finché egli accetta  di modellarsi  al ruolo  per lui ritagliato  : colpevole.
Lo sventurato agrimensore de ‘ Il castello’  avanza , e al suo procedere la questione se  il castello sia  abitato o meno, se il Conte davvero esista, perde vieppiù di importanza. Egli è costretto  di volta in volta a  confrontarsi con un emissario , emanazione di chi  abita il Castello,  che cerca di  conferirgli  una qualifica ogni volta diversa. 
Non ci è dato sapere se l’agrimensore  fosse destinato a trovare un posto, essendo l’opera incompiuta. E’ certo che , come ci lascia scritto Max Brod ( l’amico di sempre) il finale immaginato da Kafka vede il protagonista che : ‘  muore. Intorno al suo letto si raccoglie la comunità, e in quel momento  giunge dal castello la decisione  che concede a K di viverci e lavorarci’ .
Tutti questi personaggi, dopo un percorso segnato dall’angoscia, si  consegnano alla volontà dell’Altro e rinunciano a lottare,    soggiacendo  inermi ad un destino enigmatico che li ha accompagnati  sin dalle prime righe.
Solo ne ‘ Il Verdetto’ c’è una soluzione possibile ancorché tragica: togliersi la vita Chiamarsi fuori dalla posizione di oggetto bersaglio , rendere nulla la preponderanza dell’Altro che non lascia scampo.

 

Ma quando  nasce nell’autore  la certezza di un destino umano non emendabile?  La convinzione che , per quanti sforzi si compiano in vita, i giochi sono già irrimediabilmente fatti , essendo l’uomo in balia del capriccio umorale e violento?
Da dove ha origine l’angoscia?
Ne la  ‘ Lettera al Padre’  è descritto l’evolversi di    quel rapporto  doloroso, lacerato, compensato dalla scrittura    che egli ebbe col padre. E’ in questo ‘j’accuse’ che prende corpo l’Altro    onnisciente, mutevole  e detentore di una  Verità che vive in tutta la  sua opera.
E’ un Altro che  non obbedisce alla legge, ma vive di capriccio. Col quale è pressoché impossibile articolare una relazione dialettica.
In funzione  di ciò, a posteriori, possiamo individuare l’origine della gracilità, della debolezza e della incerta condotta del giovane K. 
  In questa breve ma essenziale opera, risultato invidiabile per ogni paziente che decida di far chiarezza sul proprio Edipo, K. individua il padre tirannico, inamovibile ed incomprensibile.
Un Altro  preesistente a K, che già era ‘ possente (…) in salute, appetito, potenza di voce, capacità oratoria…’ (pg 12).
Ne la ‘ Lettera al padre’ si trova il paradigma di tutti i canovacci dei suoi racconti, o almeno dei suoi più importanti: il castello, il processo, la metamorfosi, il Verdetto.
Tutta la lettera  non è che una confessione di impotenza, di inadattabilità  all’ideale  dell’Altro paterno, inadattabilità di un Altro che però mai si premura di dare una retta via al  figlio, se non con disprezzo, con l’arroganza, con la forza.
Un padre nei confronti del quale K. prova ad instaurare una dialettica di desiderio, cerca spiragli di comprensione e supporto :  ‘ avrei voluto un po’ di gentilezza, qualche incoraggiamento’

Per capire bene le atmosfere angoscianti  che permeano tutte  le sue opere,  è importante rivolgere lo sguardo all’indietro, esattamente nel punto in cui K. ci racconta delle sua infanzia, della sua adolescenza, del suo travagliato passaggio dalla condizione di infans a quella di uomo adulto. In questa fase c’è l’invenzione kafkaina per trattare l’angoscia e il distacco quanto mai problematico dalla figura del padre.  E’ in particolar modo ne  la ‘
Queste opere celano    un comune denominatore: l’incombenza dell’Altro.
L’Altro  enigmatico, onniscente. Detentore della Verità. L’Altro che non autorizza movimenti di separazione,  presenza costante e angosciante che resterà sottoforma di sedimento letterario
La lettera    racconta di  tutti gli sforzi fatti da K.  per trovare la propria strada nella vita. Racconta la sofferenza del crescere all’ombra di un padre assoluto. L’incapacità di  operare una separazione,  passo vitale ed ineluttabile ,  ma ipotecato da  un alienazione irrimediabile.
K. che ha osato deludere le aspettative dell’Altro paterno, ritagliandosi una zona franca libera dal  suo vincolo : la scrittura. Tutta la sua opera romanzesca, i meandri di ogni suo labirintico pensiero non sono altro che la trasposizione di questa vicenda umana e dolorosa: lo scrutamento costante dell’orizzonte paterno e la ricerca di un angolo di mondo nel quale potervi sfuggire. Cercare di costruire una propria identità affrancata da quella  figura enigmatica , non accondiscendente, che avrebbe voluto per il figlio un posto già prenotato, commesso nel negozio, anonima comparsa  nel teatrino  della  borghesia Cecoslovacca. K. devia  a caro prezzo dalla strada già tracciata dall’Altro, coltiva e difende il proprio desiderio, in una lunga lotta per la separazione.
Un padre che è tuttavia il costante riferimento al quale K. si rivolge, nella rabbia, nel lamento, nell’orgoglio di aver cercato di smarcarsi.
Voltarsi indietro alla  ricerca di una approvazione tardiva,  che non arriverà mai.
Consapevole di aver operato uno strappo generazionale, e ciononostante impegnato ad interrogarsi sul genitore,  il suo vero punto di riferimento.

E’ infatti l’enigma che l’Altro cela  la costante della sua produzione letteraria.
Come far fronte a questo enigma?
Cercare, mentre si allontana da lui, di elaborare  questa separazione operata deviando dai  binari paterni, portando i lividi dell’insopportabile peso del cognome Kafka.
Tutta l’infanzia passata a chiedere ‘ cosa vuoi da me?’, domanda che rimanda al ‘ cosa sono io per te?’. Un tempo utilizzato per scrivere, e scrivendo resitere al diniego , alla disapprovazione.  ‘ E una volta che si è risposto,  , il tempo è servito per scrivere del suo strappo, e quindi ottenere una compensazione.
La breve vita  ipotecata di un uomo malaticcio, che anche in età adulta non hai mai potuto prescindere dal costante, doloroso, ininterrotto rapporto con il proprio genitore.


6.1 FIGLIO INADEGUATO

  Inizialmente al  padre è associato  un sentimento di paura. E la modalità di stesura di questa opera  dichiara anche con quale modo egli ha saputo supplire  al timore di questo Altro incombente; con una lettera. La scrittura dunque, che già dall’incipit si prefigura come unico  e solo strumento  non intaccato dal significante paterno.
Inizia a descriversi da un luogo ‘ altro’, marcando la sua distanza dal padre, con un incipit che è una chiamata fuori dai significanti familiari : ‘ Non sono mai venuto al tempio, …non ho mai posseduto il senso della famiglia…non mi sono mai occupato del negozio. (..) Tu mi rinfacci freddezza, estraneità, ingratitudine.’
L’incipit è quello di  un  ‘ fuori discorso’, un albergare altrove  di cui nella lettera chiede venia, ma  grazie al quale  questa lettera può essere stesa.
E’ una sorta di ‘ da questo luogo lontano dal tuo ti parlo. E ti posso parlare proprio in quanto occupo un posto lontano dal tuo..’.
L’incontro con il padre è un urto troppo violento da reggere ‘ Come padre sei stato troppo forte per me(…) e io dovetti reggere da solo il primo urto’.
Un immediato chiamarsi fuori dalle aspettative dell’Altro che  non è riuscito, o  che non ha voluto, incarnare. Il rifiuto  di occupare quel  posto  che l’Altro gli aveva preparato,    ‘(…) Anche se fossi cresciuto del tutto libero dalla tua influenza (…) non sarei mai divenuto un uomo rispondente alla tue attese.  Per occupare il posto della malattia, della piccolezza, dell’inettitudine. ‘Quasi di certo sarei comunque diventato un essere malaticcio, ansioso, titubante’  .
Cosa aspettava K alla nascita? Quali le corsie lungo le quali incanalare la sua vita?
Già erano pronti per lui gli abiti di un vero Kafka: ‘ Forza, salute, appetito, potenza di voce, senso di superiorità(..)
Una serie di significanti nei quali K. si trova immerso. Si nasce nel campo dell’Altro, come in questo caso pieno di macigni che ne rendono difficoltoso il processo di separazione.

6.2 IL DONO MANCATO

Lacan, nel Seminario V ‘ Le formazioni dell’inconscio ‘  ha descritto i tre tempi logici  che scandiscono l’entrata del soggetto nel complesso di Edipo e la sua uscita da esso. Il primo tempo è quello della scoperta della castrazione della madre. Scoperta che mette l’infante di fronte alla  situazione di dover  accettare e simbolizzare  questa privazione materna. Nel caso del giovane Franz dobbiamo ipotizzare che a livello primario  ci sia stata un’accettazione della castrazione materna. Dove si trova in difficoltà  sul come rispondere  alla questione dell’ ‘essere o non essere lui il fallo della madre ‘ .
        Nel secondo tempo la funzione paterna interviene  con la sua opera di interdizione per impedire alla madre di saturare questa sua mancanza  con il bambino immaginariamente identificato al fallo,  ponendo fine a questa identificazione e togliendolo da quella posizione. E’ il tempo del padre dell’interdizione, ‘colui che priva’  , che  interviene  pronunciando un ‘ Tu non giacerai con tua madre’  rivolto al bambino, e ‘ Tu non reintegrerai il tuo prodotto’  rivolto alla madre. Un’opera di interdizione che in questo caso  ha operato, impedendo la fagocitazione  e scongiurando possibili sviluppi di tipo psicotico. Il terzo tempo è quello dell’uscita  dall’Edipo. Il tempo in cui il padre manifesta che lui ha il fallo e ‘ non lo è’  , e come tale lo può donare.
      Può dare alla madre ciò che desidera, dare al bambino la certezza che, nel tempo, anche lui lo avrà. Il padre appare ‘ nell’atto di dono’ , e il bambino si serba la promessa che nel tempo potrà avere un suo pene. La rivelazione che è il padre  colui che ce l’ha determina, tramite l’identificazione , l’uscita dal complesso di Edipo. Identificazione al padre idealizzato, fase che realizza l’Ideale dell’Io e che segna il declino dell’Edipo. A questo punto : ‘ l’infante ha in tasca tutti i titoli per servirsene in futuro’  . E’ in questo terzo tempo  che Franz  accusa i maggiori problemi. Questo  ‘ via libera’ sembra non arrivare mai, il padre non si dimostra capace, nella vita di coppia, di testimoniare la posizione del donare il fallo, e resta attaccato  in modo immaginario al volerlo essere.
      E’ la questione del dono che, a mio parere, lo blocca  sul limitare della soglia Edipica.

Cosa lamenta K? Si cruccia  di una cosa che non trova. Non la trova nel padre, e nessuno dei suoi personaggi la  trova mai nelle  oscure e lontane figure di riferimento delle sue opere. L’amore. E’ questa la vera domanda che resta insoddisfatta.
Dice ‘ non tutti i bambini hanno la resistenza ed il coraggio di cercare a lungo l’affetto senza trovarlo’. Inizia a delinearsi cosa egli andasse cercando ricercato, bussando alla porta del padre che questo amore non lo ha mai dato, almeno non quanto ha fornito  i significanti per essere un buon K.
La domanda d’amore resta inascoltata, non c’è mancanza nel padre che lui possa colmare. Non esiste quella dissimmetria che permetta a K di instaurare  una dialettica con il genitore. Non c’è mai la possibilità di un allineamento  che conceda di vedersi  da posizioni differenti. Il padre era prima, il padre già sapeva, Il padre aveva già preparato. 

6.3 POTERE PERSONALE

In  tutta , o quasi, l’opera di K. c’è un elemento che appare con una regolare costanza, tanto da essere per molti versi il tratto distintivo del suo narrare: la condanna enigmatica, proveniente dall’alto. Violenta quanto priva di spiegazioni. ‘ Per me bambino, tutto quello che mi ingiungevi  era un comandamento dal cielo, il metro determinante per giudicare il mondo’ (…
) ‘Non era permesso rosicchiare le ossa, ma tu lo facevi. Non era permesso assaggiar l’aceto, ma tu lo facevi’ (..)’ A tavola si doveva solo mangiare, ma tu ti pulivi e ti tagliavi le unghie, facevi la punta alle matite(..) tu, l’uomo  che ai  miei occhi  rappresentava  la massima autorità non ti attenevi alle ingiunzioni  che mi avevi imposto.’  Ecco  l’origine della  regola personalizzata, il fondamento del capriccio,  che come dice J. A. Miller ‘Non si discute’  .Il lettore attento troverà in queste righe il nucleo essenziale dei  canovacci delle sue opere maggiori.
La punizione irragionevole ed arbitraria  che i vari signori K.  devono subire, è spiegata da un ricordo di infanzia dell’autore. Egli racconta  di una serata durante la quale chiese acqua per dissetarsi  con una insistenza tale da far scattare la punizione paterna che si tradusse nell’essere  chiuso fuori casa, in camicia da notte.
‘ Quella punizione mi fece tornare obbediente(…) ma ne riportai un danno interiore.  ‘ L’assurda insistenza  nel chiedere acqua (…) e lo spavento smisurato nell’essere chiuso fuori, non sono mai riuscito a porli nella  giusta relazione. ‘ Una punizione  sproporzionata, inattesa, non decifrabile in rapporto  alla colpa commessa. Il giovane  si chiuse così in  ‘un totale mutismo, ‘ osando muoversi solo quando  era ‘ talmente lontano da te che il tuo potere non poteva più raggiungermi. Ma tu incombevi ‘. Questo è il punto centrale del rapporto di K. con l’autorità .  Il mondo descritto nei sui romanzi è permeato di quell’atmosfera  per la quale ‘ si veniva punti ancor prima di sapere  cosa si fosse fatto di male’, un universo piramidale  nel quale  l’assenza    di legge  affligge i protagonisti , certi che un pretesto  per ‘ scatenare la violenza’ si ‘ sarebbe trovato ‘. E’ il goffo  e triste uomo  esposto al capriccio di cui parla Primo Levi : ‘ Considerate se questo è un uomo (…) che muore per un si o per un no’ .

La punizione  è sproporzionata, inattesa, non decifrabile in rapporto a ciò che l’ha causata. Questo è il punto centrale del rapporto di K. con l’autorità ne ‘ Il Processo’.
Lui viene punito, senza sapere perché, con una pena smisurata, mentre sta chiedendo qualcosa all’Altro, una richiesta che K non riesce, anche mentre scrive la lettera  al padre, a  inserire tra le sue colpe  . La Domanda  è domanda d’amore. E  non vuole esser esaudita se non nella forma di ricevere  una mancanza, nella forma del posto che l’Altro ti ritaglia.
Di fronte a tale domanda,  espressa in molti modi tra i quali l’insistente voler bere a notte fonda,  riceveva punizioni  improvvise,  fuori misura. Era soggetto ad impeti uMorali , e per questo imprevedibili, din un Altro insondabile e spaventoso.
Sin  da questo episodio K. si sente  una piccola cosa alla mercè degli umori del Padre.
E’ il destino dei personaggi dei sue due romanzi. L’agrimensore del castello e il signor K nel processo. E di tutto gli altri K dei racconti minori,
Un potere assoluto e violento, che impartisce un ordine, una Legge che contiene in nuce già il baco di poter essere violata. Violata in quanto la stessa autorità che la emana è la prima che ne dimostra la vulnerabilità. A seconda non della legge , ma dell’umore. .
Quella che esce non è una Legge, un barriera solida.  Ma elastica, bacata. Una Legge che nasce col germe della discrezionalità.
Ne consegue, credo, che tutto il post - Edipo del giovane Franz ne sia uscito quantomeno inficiato. C’è un dare e non dare. Un consegnare  solo l’involucro della legge, il suo simulacro. Una sorta di codice con la sola copertina, ma senza al suo interno le leggi fondamentali.
Quella rimangono al padre. Stabilmente.
Nelle mani dell’Altro, che detiene i codici, li infrange quando gli aggrada, e punisce chi però non le segue. Il padre ‘ metro e misura del mondo.’
C’è una consegna di una simil legge, la quale resta però stabilmente al di qua dell’Edipo, nelle mani del padre-signore che la può fare e disfare a suo piacimento. Non la legge trasmissibile, ma la sua legge. Quella dei sovrani.
Non Siamo quindi, per usare una metafora storica, all’estensione di uno statuto albertino. Ma siamo più vicini agli umori del Re Sole.
Alle satrapie orientali. Agli umori  di Pol Pot.
Ci sono delle assonanze molto forti tra questa descrizione della legge ‘ umorale’ e quindi non mai trasmessa del tutto e quella che ne fa Orwell quando parla del Grande Fratello. Anche il Grande Fratello si comporta in modo simile, ponendo in essere    una strepitosa piramide di potere e di controllo, nei meandri della quale ogni soggetto è controllato nella sua adempienza alla regola.
La devianza è definita lo ‘ psicoreato.’
Ma quando il protagonista si trova faccia a faccia col potere, scopre che i quadri intermedi , e via via a scalare verso l’altro  ,  potevano violarla.
Potevamo tenere spento il televisore con il viso del G.F.
Potevano avere cioccolata e caffè , alimenti proibiti alle masse.
IL grande fratello è, come le entità che sono al vertice delle costruzioni Kafkiane, una realtà non definibile. Una  sommatoria delle proiezioni persecutorie degli uomini che si accingono a  varcare la sua soglia.
Che esista o non esista il Grande Fratello non è il vero problema.
Che il ‘Castello’ sia abitato o meno non fa differenza.
Esistono  in quanto la sottomissione che gli individui mostrano ad un potere presunto, da al potere stesso    uno statuto di realtà, inseriti in una catena di comando  che non si basa né sulla democrazia, né sul rispetto, né sull’etica della legge: ma sulla violenza.’.
Ancora un esempio di quanto questa sofferenza verso gli umori del padre si sia riversata su carta? L’Altro che incombe su K è, come il comandante de ‘ La colonia Penale’, soldato, giudice, costruttore, chimico’
Il quale assomma le funzioni di  ‘  giudice(..)Il principio in base al quale decido è: la colpa è sempre indubbia. Altri tribunali non possono seguire questo principio, perché sono formati da più persone, e hanno sopra di se  tribunali superiori’ .
La personalizzazione assoluta delle Legge.
Kafka lo dice bene ,  a pg 20  de la ‘ Lettera’’ Il mondo si divideva per me in tre parti, e nella prima io, lo schiavo, vivevo sottoposto a leggi concepite solo per me e  alle  quali, senza saperne il motivo, non riuscivo del tutto ad adeguarmi, poi c’era un secondo mondo infinitamente lontano dal mio in cui vivevi tu, occupato a dirigerlo, a impartire gli ordini e ad arrabbiarti se non  venivano eseguiti. E infine un terzo, dove il resto  dell’umanità  viveva felice e libera da ordini e da obbedienze’

Piccoli, interpellanti l’Altro, posti di fronte ad una risposta enigmatica .
Instradarsi senza obbiettare nulla sui  binari tracciati dall’Altro, non riuscire a dare forma al  proprio essere. Intuirne la portata e scoprire che le sue misure e dimensioni non si adattano a poter vivere in quel campo  che l’Altro ha disseminato dei    suoi significanti .
K.- dice’ mi incitavi quando facevo bene il saluto, quando marciavo a tempo (..), quando riuscivo a fare delle grandi mangiate o canticchiare canzoni che non conoscevo, ma niente di tutto questo faceva parte del mio futuro.’ .
‘Solo il tuo punto di vista era giusto. Ogni altro era demenziale’.
La pesantezza di un investitura paterna troppo pesante per poter essere  sopportata, l’impossibilità di avere la  ‘ benché minima iniziativa infantile’ sembrano impedire a K. di svestire i significanti paterni per reperire i propri.

I tentativi di  separarsi venivano costantemente frustrati e derisi, non c’era mai , da parte del padre, un  vero incoraggiamento, quanto piuttosto uno scetticismo e una denigrazione di ogni piccolo passo compiuto al di la dell’area paterna: ‘Ho visto di meglio. I tuoi pensieri sono tutti qua? Ho altri pensieri per la testa io!’
SI trattava di una costante ‘ delusione che tu infliggevi al bambino, sempre, e per principio.’
Una delusione ancor più cocente perchè proveniente dall’’ autorità suprema’.


Tratto da ' Il posto del panico, il tempo dell'angoscia'. M. Montanari. Ed del Cerro

 

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